Spaesamento
di Giorgio Vasta (Laterza 2010)
Un antico assunto metafisico recita che il Tutto è più della somma delle parti che lo compongono – ma delle quali esso custodisce il senso. Spaesamento, di Giorgio Vasta, ci apre gli occhi sul fatto che l’antica saggezza filosofica deve lasciare spazio a un nuovo principio, descrittivo e operativo a un tempo: in Italia, la parte ha saturato il tutto. A quella parte abbiamo dato il nome di Berlusconi, ma il segno grafico ha ormai poco a che fare con la persona fisica cui abitualmente lo si lega. Berlusconi è piuttosto quell’indolenza acritica, quel nichilismo stanco, che dà forma a ogni relazione, ad ogni azione e reazione – alle maggioranze e alle opposizioni. Berlusconi, nella spietata (auto)analisi di Vasta, è il dominio della finzione, intermedio sia rispetto alla coppia vero/falso (piano semantico) sia a quella verità/menzogna (piano morale). Per raccontarlo si deve ricorrere alla figura retorica della metonimia, che ci permette di dire il tutto attraverso la parte – nel caso di Spaesamento: l’Italia attraverso Palermo.
La finzione è una verità messa in scena, copre il dominio del verisimile, in cui vero e falso giocano a imitarsi – e l’arbitrio del linguaggio domina su ogni tentativo di appellarsi a un qualche principio di realtà. Come accade nella scena in cui il protagonista di Spaesamento si trova a dover pagare con soldi immaginari, invisibili, l’acqua di una fontana pubblica a due ragazzini. Apparentemente una simulazione del feroce pizzo che la Sicilia ben conosce. In realtà, l’accenno a una società post-mafiosa, in cui nemmeno il dio denaro sembra più avere una realtà propria – e il rituale linguistico di due ragazzini sa produrre, in un attimo, un piccolo mondo di vincoli ineludibili.
Spaesamento è un testo fondamentale per chi voglia ragionare sul senso di impotenza che pervade, inesorabile, il nostro Paese.




