Brucia la città
di Giuseppe Culicchia, Mondadori 2009

Si potrebbe quasi dire che l’uomo è un animale cerimoniale.
Questo è in parte sbagliato, in parte assurdo, ma contiene anche qualcosa di giusto.
Ludwig WITTGENSTEIN
Torino dopo le Olimpiadi. Torino dopo la FIAT. Torino dopo i gianduiotti. Torino dopo Torino. In un tempo che assomiglia ai giorni che stiamo vivendo, in una città che non assomiglia più a se stessa, a quello che è stata e ha creduto di essere per decenni, Iaio, dj perfettamente inserito in questo non-luogo, deve fare i conti con la scomparsa della sua ragazza, Allegra.
Giuseppe Culicchia ci racconta il nostro tempo scegliendo la prospettiva che più lo può aiutare: quella della città in cui è cresciuto. Sembra parlare di sé in terza persona, ché nell’incedere incalzante del racconto e delle Notti Bianche, delle vernici e degli aperitivi, si incontra anche “Giuseppe Culicchia”. In realtà, in un mondo popolato da facce senza volto, da elenchi di pseudonimi, eteronimi, omonimi, la terza persona è tutto ciò che ci resta. L’impersonale Culicchia, l’impersonaggio e il suo omonimo reale, si confondono e si rincorrono nella voce narrante di Iaio, che esibisce ciò che Giuseppe Culicchia avrebbe voluto raccontare, se non fosse lui stesso già oggetto e vittima del proprio racconto. Questo romanzo non è una satira delle ipocrisie dell’ambiente culturale e politico del nostro Paese. Non è una denuncia delle speculazioni urbanistiche. Non è una presa in giro dei riti cui tutti, volenti o nolenti, ci adeguiamo o ci adegueremo a breve. Non è il compiaciuto racconto di vizi privati e pubbliche virtù. Se fosse tutto ciò, saremmo salvi. Feriti, ma salvi. E invece non ci è dato di essere pubblici o privati, dacché siamo impersonaggi. Questo romanzo è il racconto del venir meno di ogni distinzione tra abitudine e gesto rivoluzionario. E’ il racconto della solitudine troppo rumorosa cui ci siamo consegnati. Nelle storie che in esso si intrecciano, riusciamo a vedere però, tra le righe, l’umanità che ancora si muove, desidera, geme. Ormai inconsapevole, sottratta ad ogni possibilità di riconoscere e riconoscersi. Però ancora, in qualche modo, “viva”.



