Il festival di Palomar a Bassano del Grappa.

La contessa di ricotta

di Milena Agus, Nottetempo 2009

Mi capita spesso, ultimamente, di leggere libri di donne che parlano di donne – e a lettura conclusa di sentirmi peggio di prima. Dagli scrittori veniamo descritte come paranoiche, problematiche, meditabonde, ingenue, con la tendenza ad intellettualizzare qualsiasi fenomeno del Creato, inclini alla tragedia, isteriche, illogiche, irrisolte, subissate di sensi di colpa di varia natura. Troppo spesso, purtroppo, ritrovo le stesse caratteristiche descritte anche nei romanzi scritti da donne.

La contessa di ricotta, invece, mi è piaciuto. Per il suo sguardo al femminile e del femminile, che trovo diverso e consolatorio. Ovviamente, ognuna delle protagoniste del libro, tre sorelle, ha le sue belle sfighe da gestire: la contessa di ricotta ha un figlio che tutti considerano scemo, il padre del suo bambino l’ha lasciata ma lei in fondo lo capisce e lo giustifica, come riesce a perdonare qualsiasi torto che subisce; di fatto, la fregano un po’ tutti. L’altra sorella non riesce ad avere figli mentre la terza, la maggiore, è troppo impegnata a recuperare i fasti persi dalla famiglia per l’amore, e sarà proprio questo a farla scricchiolare e a mandarla in crisi. La differenza sta proprio nel descriverle, nel gestirle, queste sfighe: quello che ti comunica Milena Agus è che certi problemi possono essere affrontati con una certa levità, che non è leggerezza o superficialità e che non è nemmeno prendersi poco sul serio ma che è piuttosto una certa “normalità”. Questa donne sono “trattate”, guardate e raccontate come se fossero assolutamente normali.

Non mi capitava da tempo di arrivare all’ultima pagina, chiudere il libro e pensare: che bello essere donne paranoiche, problematiche, meditabonde, ingenuotte.

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