Il giudice meschino
di Mimmo Gangemi, Einaudi 2009

“Pensò a quanto fosse fragile e provvisoria la vita, al niente che può bastare a reciderla, che nessuno è davvero padrone del proprio tempo, che ad altri è dato di tracciare la strada, che a deviare può bastare un niente”.
Da uno scrittore calabrese – dell’Aspromonte – che scrive un noir ambientato nella propria terra, ci si aspetta una storia di ‘ndrangheta. Mimmo Gangemi, in effetti, ci racconta di quella che forse è al momento la più spietata e forte organizzazione criminale – forte perché fa studiare i propri figli, ha investito nella finanza e al tempo stesso è rimasta radicata nelle sue ataviche tradizioni. E non vuole essere un contropotere: semplicemente, comanda.
Il romanzo di Gangemi è però qualcosa di più di un racconto di ‘ndrangheta: è la rielaborazione della figura dell’inetto, dell’uomo che si macchia di ignavia, che si fa scivolare addosso le cose, non le mastica, non se ne fa ferire. E’ il racconto di due solitudini, quella di un giudice meschino e quella di un Capo della ‘ndrangheta vecchio e fiero del proprio potere ancora intatto, ma che vorrebbe passare qualche giorno della poca vita che gli è rimasta a casa sua.
Le due nude solitudini, senza mai incontrarsi veramente, si richiamano, per gli interessi dell’una e dell’altra: Alberto Lenzi ha bisogno di don Mico Rota – e viceversa. Il primo potrebbe scrollarsi di dosso l’inettitudine, il secondo, assaporare il gusto acre dei limoni del suo giardino.
Mimmo Gangemi ci racconta la fragilità della vita – anche dei gesti che le danno un senso – di fronte al potere che la innerva e corrode, costringendo i migliori a una lotta infinita. Perché ogni battaglia sembra essere il frammento di una guerra di cui non vediamo né principio né fine.



