La vocazione
di Cesare De Marchi, Feltrinelli 2009

La vocazione è il racconto del lento scivolare di un uomo nella follia. E’ il racconto della quotidianità, delle frustrazioni, dei sogni e della passione che si scontrano con la realtà, che soccombono, anche quando con ostinazione cercano di scendere a patti con le necessità economiche e i casi sfortunati della vita. E’ il racconto, elegante e chirurgico, dei primi segni di disturbo e del momento, inafferrabile, in cui l’equilibrio sottile tra normalità e follia salta – ed è la seconda a prevalere. Ma è anche lo spietato resoconto di come lo sguardo psichiatrico, una volta attribuita l’etichetta di “folle”, renda impotente ogni tentativo di liberarsene.
De Marchi ci fa seguire con comprensione e compassione le vicende di un trentacinquenne che voleva fare lo storico e che vicende familiari sfortunate portano a fare mille lavori precari per sopravvivere. Un uomo che cerca di spremere dalle dure giornate, magre di soddisfazioni, il tempo per studiare e tenere aperto uno spiraglio su quello che avrebbe voluto diventasse il suo futuro – e non è nemmeno il suo passato.
La vocazione è un romanzo claustrofobico, che costringe a misurarsi con la forza dell’idea che sia una società anonima e grigia a modellarci, a renderci individui; che le nostre scelte siano vane e inefficaci, a fronte della forza delle mancate scelte e dell’indifferenza altrui. Soprattutto, il percorso del protagonista verso la follia è un disperato resoconto della mancanza di prospettive nell’Italia di oggi, dove pochi, pochissimi, fanno ciò per cui si sono preparati e si sentono portati. Un Paese folle, che fatica a ricostruire il momento in cui la sua è diventata una pazzia senza volto.



