La dimensione pubblica della letteratura: il caso del Piccolo Festival
Intervento tenuto a Leggèro Lèggere, convegno del Comitato per la lettura
7 marzo 2009
Istituto Graziani, Bassano del Grappa
Nell’ultimo decennio si è sviluppato in Italia un nuovo modo di relazionarsi con la letteratura, che richiama per certi versi un tipo di eventi solitamente legati alla musica, al cinema o al teatro. Ci riferiamo ai festival letterari, che, da Mantova a Pordenone, passando per Roma e mille altri comuni, piccoli e grandi, hanno permesso a centinaia di migliaia di persone di ascoltare scrittrici e scrittori, conosciuti in precedenza solo attraverso le loro parole – o completamente sconosciuti ai più.
Si tratta di una forma di interesse che nasce e si sviluppa sulla base delle motivazioni più varie: dalla curiosità di conoscere chi si nasconde dietro parole lette e rilette, fino alla semplice voglia di passare un pomeriggio o una serata ascoltando discorsi e pensieri che non passano attraverso i mezzi di comunicazione, se non occasionalmente.
I festival, per la loro natura di confine tra l’evento culturale e lo spettacolo, richiamano non solo i lettori cosiddetti forti ma riescono ad avvicinare alla letteratura anche persone che solitamente, per mancanza di abitudine e di stimoli, non frequentano librerie e biblioteche. Il successo di iniziative di questo tipo sembrerebbe contrastare con l’immagine di un’Italia ricca di poeti e scrittori ma povera di lettori – anche se, nel nostro Paese, chi legge, legge molto.
Da quanto detto, non è difficile capire però che il paradosso è soltanto apparente: se da una parte la lettura è un’esperienza che richiede tempo, abitudine e in certa misura fatica (soprattutto nella nostra società ricca di stimoli immediati e facilmente fruibili e consumabili), dall’altra, chi decide di andare a un festival della letteratura, può passare un’ora ad ascoltare uno scrittore riassumere i temi del proprio ultimo romanzo, leggerne dei brani e dialogare con qualche audace che decide di intervenire dalla platea per fare una domanda.
In tutto questo, sembra svanire in modo tanto inapparente quanto inesorabile la differenza tra l’esperienza che viviamo confrontandoci con la letteratura e ciò che ci capita ascoltando una qualsiasi trasmissione televisiva di intrattenimento. Se la letteratura dà un piacere complesso, fatto in certi casi di introspezione, un piacere che alterna il riso e il sorriso alle lacrime e al silenzio, un festival della letteratura, se vissuto in modo totalmente passivo, rischia di essere un’esperienza volatile, se non addirittura in contraddizione con i contenuti che presenta.
Eppure, nella genesi del successo di queste iniziative, accanto alle motivazioni che riguardano la facilità di fruizione e il sostanziale disimpegno emotivo e intellettuale che caratterizzano i festival e che li rendono aperti a chiunque (anche a chi non ha mai letto un libro se non costretto e di malavoglia), sta a nostro avviso anche una motivazione più profonda e che coinvolge non tanto lo spettacolo (il festival della letteratura) quanto la letteratura in sé, la sua natura più profonda.
A ben pensarci, la letteratura così come la conosciamo e la pratichiamo (da scrittori o da lettori) da molti secoli non è altro che un particolare, per quanto fondamentale, prodotto storico di un bisogno profondo e connaturato all’essere umano: quello di raccontare e ascoltare storie. Un bisogno che si è declinato in modi diversi nei secoli della nostra storia, ma che è comunque legato ad una dimensione pubblica, cui esso non sfugge nemmeno quando si concretizza in forme che favoriscono la solitudine e l’isolamento. Sembra anzi sia la capacità stessa di raccontare e ascoltare storie a permettere un accesso più ricco a articolato alla nostra sfera più intima. E’ la condivisione di un patrimonio di storie a permetterci di raccoglierci nella nostra individualità, non il contrario. E’ solo nella misura in cui esercitiamo con gli altri la nostra immaginazione, che possiamo perderci nei nostri pensieri e fantasticare mentre siamo soli nella nostra stanza o stiamo guardando fuori dal finestrino, in treno o in autobus.
Sembra quindi che i festival della letteratura vivano continuamente di e in questa ambivalenza: da un lato possono far riemergere, in forme nuove e attuali, l’originaria dimensione pubblica della letteratura; dall’altra, rischiano di soffocarne la spinta più vera, la capacità di instaurare un rapporto ricco e immaginifico col mondo, con la realtà di tutti i giorni. Rischiano insomma di ridurre la dimensione pubblica della letteratura a spettacolo. Sull’onda del successo che riscontrano i loro sforzi, gli organizzatori di questo tipo di eventi rischiano di dimenticare tale rischio e di ritrovarsi a produrre una serie di incontri che, quanto all’effetto che hanno sui presenti e indipendentemente dalla qualità delle opere presentate, non differiscono da tante altre occasioni di intrattenimento. Insomma, si tratta di salvare i festival da loro stessi.
Questa è, sin dalla prima edizione del Piccolo Festival della Letteratura, nel 2004, la preoccupazione dell’Associazione Culturale Palomar – il che non vuol dire che riusciamo sempre nei nostri intenti. La nostra associazione è nata, come gruppo informale, nel 2001 e si è occupata di varie tematiche con formule diverse, dalla mostra fotografica alla conferenza, dalla realizzazione di documentari agli incontri con le scuole. Ogni iniziativa si è però sviluppata sulla base di uno spirito e di intenti comuni e costanti: la nostra idea-guida è sempre stata la volontà di partecipare in prima persona alla vita culturale della nostra città, Bassano del Grappa, affrontando in modo critico e autocritico questioni di importanza sociale, cercando di riutilizzare spazi pubblici poco o male impiegati e coltivando la collaborazione con l’amministrazione locale e altri soggetti a noi affini.
E’ chiaro pertanto che un festival della letteratura nato da queste premesse non potesse essere per noi un semplice contenitore di stimoli effimeri, per quanto belli e affascinanti. Da qui, la scelta di fare un piccolo festival della letteratura: piccolo nelle dimensioni e nel budget, ma possibilmente ricco nell’aspetto ideativo e nel tentativo di rompere il muro di indifferenza che spesso si crea tra lo scrittore e il suo pubblico in queste manifestazioni, per cui essi si trovano ad essere vicini solo spazialmente, senza che si crei una qualche forma di legame emotivo e di dialogo.
Per fare ciò, abbiamo cercato – e cerchiamo ancora oggi, che ci avviamo a preparare la sesta edizione – di costruire un rapporto il più possibile informale con gli autori che invitiamo, già nei mesi precedenti il festival, in modo tale che essi arrivino a Bassano sapendo di trovarsi tra amici e che non dovranno tenere una asettica conferenza, ma raccontare storie, le loro storie, a delle persone (più che a un generico pubblico) che hanno voglia di ascoltarle.
Per riuscire a immaginare e costruire un festival di questo tipo non basta però un buon rapporto con gli autori, ma bisogna riuscire in un compito ancora più arduo: tenere in considerazione le aspettative, gli interessi, la sensibilità di chi verrà ad ascoltarli. Sembra un compito impossibile, più che difficile, nella misura in cui non possiamo sapere esattamente chi verrà – e anche se lo sapessimo, non potremmo certo assecondare uno ad uno i gusti dei presenti.
La strada che abbiamo scelto consiste allora in una sorta di ribaltamento della strategia organizzativa: proviamo a essere noi il nostro pubblico – ci siamo detti. Se leggiamo libri che ci appassionano e li condividiamo nel corso dei mesi; se noi per primi ci scambiamo opinioni e dubbi; se creiamo un nostro gusto condiviso senza però fossilizzarci su un particolare genere o autore – ma mettendo piuttosto in primo piano la condivisione di significati. Se facciamo tutto questo, potremo arrivare poi a toccare il gusto e la sensibilità di altre persone, anche se il Piccolo Festival dura solo tre giorni e presenta in media una decina di autori.
Se il rischio della spettacolarizzazione consiste innanzitutto nel tentativo di arrivare a tutti (un “tutti” generico) e a tutti i costi, puntando ad un aumento indiscriminato e senza senso di spazi e risorse (umane ed economiche), a discapito della qualità della comunicazione e della condivisione delle storie, le potenzialità di un festival trovano un’espressione adeguata nella giusta misura in cui si combinano un legittimo desiderio di fare le cose bene e in modo sempre più professionale e la volontà di restare fedeli alla originaria dimensione pubblica della letteratura.
Associazione Culturale Palomar



